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Tecniche di allenamento

Il secondo livello evolutivo

Il primo dilemma del podista “non più principiante”:
come vario la preparazione?

Come muovere i primi passi di corsa | Il secondo livello evolutivo
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A cura del Prof. Claudio De Crescenzo, atleta e personal trainer

Un podista che riesce a correre per mezz’ora senza nessun problema, da un punto di vista della preparazione, può già definirsi un “non più principiante”. Poco importa se ha corso tre volte in tutta la vita. Il fatto di riuscire a correre 30 minuti senza problemi lo pone già su uno scalino diverso rispetto a chi fa molta fatica a correre per mezz’ora consecutiva senza fermarsi.

In un primo tempo, il livello di evoluzione dell’atleta è determinato molto di più dal patrimonio genetico che non dalla sequela di sedute di allenamento accumulate.

Così può accadere che un soggetto possa essere considerato principiante per un periodo di tempo piuttosto lungo, mentre un altro non abbia mai sperimentato i problemi del principiante vero e proprio.

Torniamo sulla definizione di apertura: la capacità di correre a lungo senza fermarsi è la discriminante per distinguere fra il principiante e chi non lo è.

Una varietà della preparazione, fin tanto che non si è raggiunta questa capacità, è già offerta dai due ingredienti essenziali del vero principiante: la corsa ed il cammino. Miscelando questi in modo diverso il principiante farà sempre qualcosa di piuttosto vario (per consigli su questa “miscelazione” vedi anche l’articolo sui “veri principianti”). Solo nel momento in cui il cammino non compare più a diluire i tratti di corsa si potrà cominciare a ragionare in termini di scelta del ritmo della corsa.

Il quesito che sorge più spontaneo quando si è in grado di correre per un tratto abbastanza lungo facilmente e si vuole fare qualcosa di più impegnativo è: “A questo punto aumento il ritmo oppure aumento la distanza da percorrere?”... Ed è un dubbio amletico perché qualifica due scelte molto diverse.

Per rispondere a ciò il podista deve scavare proprio in fondo a se stesso per capire la natura delle sue pulsioni verso la corsa.

Diciamo subito che se corre per buttar giù la pancetta ha poco da scavare: la via è obbligata perché in tal caso conta soprattutto la distanza percorsa e ben poco il ritmo al quale viene percorsa questa. Se invece le ambizioni sono diverse, tipo battere in corsa il collega di lavoro oppure trarre dalla corsa dei benefici specifici da trasferire su un altro tipo di attività sportiva allora quasi certamente il discorso “qualitativo” riferito alla velocità della corsa dovrà essere affrontato.

Andiamo per esclusione. Trattando l’agonismo, l’unico ambito dello sport che trae benefici dall’esasperazione della lunghezza delle distanze di allenamento è quello riferito alle competizioni su distanze molto lunghe: in atletica leggera, la Maratona.
La Maratona è l’unica corsa di atletica leggera del programma olimpico che si disputa su strada, è proprio una corsa (eccome, se pensiamo che i più veloci al mondo la corrono ad oltre 20 Km/h di media!) e non ha nulla a che spartire con la marcia, che si disputa sempre su strada ma sulle distanze dei 20 e 50 km rispettivamente. Della marcia al momento ci limitiamo a dire che è una disciplina dell’atletica dove la resistenza è molto importante ma pensare di allenare la resistenza della marcia servendosi della corsa è come pensare di migliorare la resistenza nel nuoto camminando tanto: sono due cose molto diverse.

La moda della Maratona ha portato con sé anche la diffusione di un'altra distanza di corsa che non appare nel programma olimpico, ma è affrontata da un numero sempre crescente di atleti: la “mezza Maratona” che si corre su strada sulla distanza appunto di mezza Maratona ovvero poco più di 21 chilometri. Questo ibrido fra i 10.000 metri e la Maratona classica offre problematiche di allenamento un po’ complesse ma, per ora assimiliamolo semplicemente alle “corse molto lunghe”.

A cura del Prof. Claudio De Crescenzo, atleta e personal trainer

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